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Cass. sulla remissione tacita

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Cassazione – Sezione quarta – sentenza 2 aprile - 19 maggio 2008, n. 20018


Motivi della decisione


1. Il Giudice di pace di Marsala ha emesso sentenza di non doversi procedere per intervenuta remissione di querela nei confronti di xxx in ordine al reato di cui all'articolo 590 cod. pen..
2. Ricorre per cassazione il Procuratore generale della Repubblica, deducendo che la mancata comparizione in udienza del querelante è stata erroneamente , ritenuta come comportamento univocamente sintomatico di volontà di remissione della querela. Si è infatti in presenza di condotta meramente omissiva che, in assenza di previsioni normative o convenzionali, non può essere trasformata in una positiva espressione di volontà. Infatti, valutazioni di diversa natura potrebbero aver determinato la condotta dell'interessato che pertanto è compatibile con l'intento di persistere nella querela.
3. Il ricorso è infondato.
La pronunzia impugnata dà atto che, dovendosi esperire il prescritto tentativo di conciliazione, è stata disposta la citazione in udienza delle persone offese con l'avvertimento che, non comparendo, il loro disinteresse sarebbe stato valutato come remissione tacita della querela. Non essendo esse comparse in udienza, tale condotta è stata ritenuta come mancanza di interesse alla prosecuzione del giudizio e quindi come remissione tacita di querela ed è stata conseguentemente adottata sentenza di non doversi procedere.
La questione prospettata fa registrare contrasti nella giurisprudenza di questa Corte. Un indirizzo (Sez. V, 25/06/2001, Rv. 219714; Sez. V, 4/4/2003, Rv. 224972) ritiene che la remissione della querela possa aver luogo con le modalità di cui qui si discute. Si condivide l'assunto tradizionale che, ai fini della remissione tacita di querela, sia necessaria una manifestazione inequivocabile di volontà di abbandonare l'istanza di punizione e tale da determinare una situazione di inconciliabile contrasto tra la proposizione della querela ed i successivi fatti, rivelatori di una volontà opposta. Si condividono pure le conseguenze che altrettanto tradizionalmente se ne traggono: è escluso che sussista remissione tacita con riferimento alla mancata costituzione o alla revoca della costituzione di parte civile, alla transazione del danno o all'accettazione da parte del danneggiato di quanto dal reo gli era dovuto, nonché alla omessa comparizione dell'offeso in giudizio. In tali ipotesi, si afferma, non si è in presenza di un comportamento di carattere univoco che non lasci adito ad interpretazioni diverse, osservandosi, quanto all'assenza, anche ripetuta, della parte lesa dal dibattimento, che essa può dipendere anche da valutazioni non abdicative e remissorie.
Tale giurisprudenza ritiene, tuttavia, che diversa è la situazione in cui viene interpretata come remissione tacita della querela non già la sola mancata presentazione del querelante al dibattimento, quanto piuttosto e soprattutto la circostanza che, sebbene esplicitamente preavvertita delle conseguenze che si sarebbero tratte da un perdurante atteggiamento di massima inerzia e quindi ben posta in grado di valutarle appieno, la persona offesa ha ciononostante preferito di non assicurare la propria reclamata presenza in giudizio: comportamento ritenuto avere, nel suo complesso, sicuro carattere di contraddizione logica rispetto alla volontà di ottenere la punizione dell'imputato manifestata con la querela. Tale valutazione, in quanto sorretta da un argomentare plausibile, comunque non manifestamente illogico, ed inoltre scevro da errori di diritto, non è censurabile nella sede di legittimità.
L'opposto indirizzo (da ultimo Sez. V, 2/7/2007, Rv. 237100, con riferimenti alla giurisprudenza precedente) ritiene, invece, che la mancata comparizione della persona offesa in udienza costituisca manifestazione di una sua facoltà processuale che, come tale, non può essere valutata come comportamento extraprocessuale significativo della volontà inespressa di remissione di querela. Si distingue tra l'ipotesi in cui il processo sia stato promosso dall'offeso con ricorso immediato al Giudice di pace ex artt. 21 e 28 D.Lgs. n. 274 del 2000, e quella in cui si procede come, d'ordinario, solo per querela della persona offesa. In tale ultima situazione la disciplina del procedimento davanti al Giudice di pace, in assenza di specifiche previsioni, è dettata dal Codice di procedura che, per la remissione di querela, si riferisce alla norma di cui all'art. 152 c.p.. Ne segue che non è possibile estendere la norma di carattere eccezionale di cui all'art. 28 ai casi in essa non previsti. La scelta della persona offesa di proporre querela, e non anche di presentare ricorso immediato al Giudice di pace, impedisce di subordinare la valutazione dei suoi successivi comportamenti all'iniziativa di conciliazione. Pertanto se il Giudice di pace la invita per il tentativo di conciliazione a comparire in udienza, la sua mancata comparizione assume il senso evidente d'indisponibilità a revocare la manifestata volontà di punizione, ancorché il Giudice abbia significato nell'invito che la sua assenza sarà intesa quale remissione tacita di querela, perché il Giudice non può attribuire apodittica valenza extraprocessuale ad un comportamento che ha valenza solo per il processo.
3.1 Questa Corte ritiene di condividere il primo indirizzo, anche se con argomenti parzialmente differenti.
Come si è visto, la remissione a seguito di mancata comparizione in udienza viene solitamente collocata nella categoria della remissione extraprocessuale tacita prevista dall'art. 152 c.p.: l'interessato tiene un comportamento dal quale è possibile inferire con certezza la volontà di estinguere gli effetti della querela proposta. Si è in presenza, quindi, di un dato fattuale incompatibile con la volontà manifestata in precedenza. Tale tipologia si caratterizza, dunque, per il fatto che la volontà viene desunta induttivamente da una condotta tenuta fuori del processo e priva di finalità processuali.
Per contro,la remissione processuale è implicitamente prevista dall'art. 152 richiamato solo nella forma espressa. Essa è conseguentemente disciplinata dalla legge processuale e segnatamente dall'art. 340 cod. proc. pen.: si tratta di una dichiarazione che viene ricevuta dall'autorità procedente o dalla polizia che la trasmette con immediatezza all'ufficio giudiziario. Si tratta quindi di una manifestazione di volontà espressa nel processo o per il processo.
Alla luce di tale distinzione occorre chiedersi in quale categoria sia eventualmente collocabile la mancata presentazione in udienza. Pare che la mancata presentazione in sé sia una condotta omissiva, simile per certi versi al silenzio, e quindi di carattere neutro; suscettibile, quindi, di assumere diversi significati a seconda delle contingenze. Si tratta, dunque, di un fatto e segnatamente di un comportamento tenuto nel processo dal quale sarebbe in linea teorica possibile inferire conseguenze pertinenti alla ricostruzione dell'atteggiamento volitivo della persona offesa quanto alla prosecuzione dell'istanza di punizione. Tale eventualità è tuttavia normativamente esclusa, giacché, come si è accennato, né la legge penale sostanziale né quella processuale prevedono una revoca processuale tacita, desumibile appunto dal comportamento processuale.
Ma l'omissione, al pari del silenzio, può anche esser qualcosa di diverso dall'indistinto e dal neutro. Ciò accade quando tale condotta si colloca all'interno di un sequenza nella quale essa è prevista ed assume un significato predefinito. Una situazione di tale genere è prevista dalla disciplina del procedimento davanti al Giudice di pace: quando la citazione a giudizio avviene su ricorso della persona offesa, la sua mancata presentazione all'udienza equivale a remissione della querela, tranne che essa dimostri che tale condotta è stata dovuta a caso fortuito o a forza maggiore (artt. 27, 28, 30, 31). In tale ambito, dunque, l'omissione (la mancata presentazione in udienza) costituisce un fatto da cui la legge desume, con presunzione iuris et de iure, la remissione della querela. Si tratta di una procedura estremamente rigida e rigorosa, ispirata senza dubbio da pressanti, evidenti esigenze di economia processuale.
È chiaro che uno strumento tanto intransigente non potrebbe essere applicato analogicamente al di fuori dell'ambito in cui è previsto. Tuttavia occorre chiedersi se la condotta omissiva non possa essere altrimenti procedimentalizzata in modo da dar luogo, infine, ad una manifestazione di volontà che riguardi il permanere o meno della volontà di dar corso al processo. Una indagine volta alla ricognizione della attuale volontà della persona offesa, a ben vedere, si compie frequentemente nei giudizi di merito afferenti a reati perseguibili a querela: il giudice, infatti, all'avvio del giudizio, interroga al riguardo l'interessato. La stessa indagine, tuttavia, non può ritenersi preclusa nel caso in cui il querelante non compaia. In tale frequente situazione non è irrazionale che il giudice esprima nell'atto di citazione la domanda di cui si parla, con l'avvertenza che l'ingiustificata mancata presentazione in udienza sarà considerata come manifestazione della volontà di rimettere la querela.
A tale ultimo riguardo, occorre in primo luogo rimarcare che nella situazione descritta, per le ragioni che si sono prima accennate, non si è in presenza di una mera anodina omissione, da qualificare induttivamente, indiziariamente, come manifestazione extraprocessuale tacita di volontà; ma, al contrario, di una condotta che si colloca entro una definita sequenza procedimentale e che dunque manifesta in modo predefinito ed esplicito l'intento dell'interessato. Questi è preventivamente informato delle conseguenze del comportamento omissivo e si trova quindi nella condizione di scegliere ed eventualmente di giustificare la mancata presentazione. Tale procedura è senza dubbio più elastica di quella radicale prevista nel giudizio davanti al giudice di pace; poiché la persona offesa è informata del significato che si desumerà dalla sua condotta.
La procedura indicata corrisponde a vistose esigenze di razionalità ed economia processuale che, del resto, hanno ispirato la distinta disciplina prevista nel giudizio davanti al Giudice di pace. Né sembra di scorgere ostacoli di tipo normativo alla sua utilizzazione. Infatti, escluso che si sia in presenza di una mera manifestazione tacita di volontà, e rimarcato ulteriormente che qui la manifestazione dell'intento è esplicita e procedimentalizzata, si scorge nella procedura ridetta semplicemente un modo atipico di manifestazione dell'intento di remissione della querela, non incompatibile con la procedura prevista dall'art. 340 cod. proc. pen.. Né vi sono ragioni per ritenere che la remissione di cui si parla debba essere di necessità compiuta in modo sacramentale. Al contrario, ciò che sembra decisivo è che la volontà sia manifestata in modo che non lasci spazio a dubbi. A tal fine occorre solo che l'avvertimento espresso dal giudice nell'atto di citazione sia formulato con la massima chiarezza.
Tale soluzione interpretativa corrisponde anche al carattere negoziale dell'istituto della querela; e, come si è accennato, favorisce la doverosa verifica in ordine all'attualità della volontà di perseguire la punizione dell'illecito.
D'altra parte la manifestazione della volontà attraverso il silenzio è diffusa in altri. rami dell'ordinamento. In diritto amministrativo il rilievo della condotta omissiva della pubblica amministrazione si è imposto su base giurisprudenziale. In diritto civile è consolidato l'insegnamento che il silenzio può assumere il valore negoziale di consenso, quando il comune modo di agire o la buona fede, nei rapporti instauratisi tra le parti, impongano l'onere o il dovere di parlare; o quando, secondo un dato momento storico e sociale, avuto riguardo alla qualità delle parti e alle loro relazioni di affari, il tacere di una parte possa intendersi come adesione alla volontà dell’altra (da ultimo sez. II, 16 marzo 2007, Rv. 596701). Il tema del silenzio è stato recentemente oggetto di considerazione anche nell' ambito processuale penale da parte delle Sezioni unite di questa Corte (S.U. 31 gennaio 2008, proposito della manifestazione della volontà di rito abbreviato si è affermato che essa possa essere anche con un comportamento concludente: "se il silenzio di per sé (ad eccezione del caso in cui sia la legge a stabilirne gli effetti) costituisce un fattore neutro, non v’è dubbio che esso, unitamente ad altre circostanze, sia suscettibile di assumere una determinata significatività”. In conseguenza, si è ritenuto che la presenza silente dell’imputato alla richiesta di rito abbreviato formulata dal difensore conferisca a tale atteggiamento portata dimostrativa di volontà nel senso enunciato dal difensore stesso.
Conclusivamente, non vi sono ragioni per escludere che la volontà di rimettere la querela possa essere manifestata con la condotta processuale già ripetutamente descritta. Il ricorso va conseguentemente rigettato.


P.Q.M.


Rigetta il ricorso.

 
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